Donne eretiche: Mercuria

La storia di oggi racconta la vita di persone del popolo, incolte e povere, facili bersagli di chi voleva creare una condizione di terrore psicologico, non solo per stanare le vecchie tradizioni ma soprattutto per far capire chi aveva il potere politico e sociale.

Come spesso accade, le storie di “streghe” iniziano con un paese di campagna, una casa modesta e una vita per lo più, infelice.

In questo scenario conosciamo Maria di Nogaredo, che era vedova di un tale soprannominato Mercurio da cui prese il soprannome “Mercuria” .

Era una donna povera, incolta e che vide la morte sul patibolo dopo quasi un anno di torture e processi.  I luoghi di questa vicenda sono i bellissimi monti dell’Alto Adige sulla riva destra dell’Adige, per la precisione nella zona di Rovereto.

Mercuria era nata in una famiglia povera e una volta giunta in età da marito fu costretta a sposarsi. Il marito morì presto e lei dovette imparare a sopravvivere con dei lavoretti che al tempo, intorno alla metà del 1600,  erano considerati normali nei paesi di campagna e montagna, come l’utilizzo di rimedi per la guarigione  e gli infusi di erbe medicinali.

Mercuria aveva un figlio che fu processato molte volte per furto e una figlia che era una prostituta.

L’inizio della vicenda processuale

La vicenda di Mercuria, accusata come strega, iniziò il 24 novembre del 1646. Il processo prese il nome di “processo criminale per la distruzione delle streghe” . In questa data Mercuria si presentò spontaneamente al giudice che teneva in mano le redini di questo tribunale, per denunciare come streghe due donne  del suo paese Villagarina: una era nota con il nome di Menegota e l’altra era la figlia Lucia. Tra le donne vi era solo inimicizia, nata da un litigio per una stoffa che secondo Domenica (Menegota)  fu rubata da Mercuria.  In pubblica piazza, le donne si presero  a male parole e questa fu una scusa sufficiente per una denuncia, sperando così di “punire” per un torto subito.  Come vediamo, in questo caso, si racchiude uno dei tipici inizi dei processi per stregoneria, molti infatti iniziavano proprio con denunce spontanee, fatte da parenti offesi, mariti arrabbiati, amanti feriti, forse non avendo neanche ben chiara la procedura processuale e le sofferenze che questa procurava.   

Mercuria però, dopo la sua denuncia, ottenne solo di essere accusata a sua volta di stregoneria. Pensò di trascinarsi dietro le due donne, dichiarando di essere stata iniziata da loro nell’arte della stregoneria.

Tutte e tre vennero messe a confronto e torturate affinché parlassero. A questo punto i nomi delle donne coinvolte aumentarono inevitabilmente, così come i racconti sulle maledizioni lanciate o le fatture diaboliche,  unzioni con il grasso umano, cannibalismo ed esumazioni di cadaveri infantili.

Anche questa fase del processo ricorre spesso: le accuse di fare semplici malefici, diventavano accuse di associazioni con il demonio e di compiere in suo nome il male. Dato però che queste informazioni venivano estorte sotto tortura, non sappiamo se effettivamente, tutto ciò che le donne raccontavano, sia stato fatto davvero, oppure sia stato un modo per far terminare le torture che erano veramente dolorose. I tribunali infatti usavano la tortura sia per aumentare il numero di indiziati, e sia per creare accuse talmente gravi da non poter essere lasciare impunite.  Mercuria infatti ammise di essere una strega quando fu sottoposta alla tortura della corda, che prevedeva il tiraggio delle ossa, spesso con conseguente slogatura. Confessò di essere stata iniziata proprio da Menegota e dalla figlia Lucia che le avevano chiesto di rubare il Santissimo Sacramento. Le sue parole furono: “Quattro ostie mi ho levate fora de boca, una delle quali ho data alla Menegota, una quella di Nogarè e con le altre due mi insegnarono che dissipassi delle creature”.

Confessò poi di aver partecipato ai Sabba sotto le sembianze di un gatto e di essersi unita al diavolo.  Davanti al giudice venne portata per rispondere delle accuse al lei mosse, la Menegota e qualche giorno dopo la figlia subì la stessa sorte. Entrambe confermarono l’astio che c’era con Mercuria che sfociò nel litigio per quella stoffa rubata ma dopo la tortura della corda, alle quali furono sottoposte madre e figlia, emersero ulteriori accuse. Lucia per prima cominciò a raccontare come lei e le altre donne del paese avessero stregato un uomo di nome Cristoforo Sparamani: “..e divenni piccola piccola in forma di gatto, et andassimo di compagnia in casa Sparamani, entrando per la parte della stalla di sotto (…) et arrivate dove detto, Cristoforo era in letto solo, che dormiva, si cominciò ad stregarlo aiutando sempre la Mercuria, nè mai esso si mosse dal sonno e fornito che avessimo, ci partissimo e ritornassimo a casa della Domenica (non la Menegota, si tratta infatti di un’altra donna che fu accusata successivamente) et incominciammo a ridere e a mangiar del pane.”

Lucia a quel punto spiegò come si svolgevano gli incontri tra le streghe e il demonio. Dice: “vi son andata più volte in compagnia della Mercuria di Domenica, qualche volta vi veniva mia madre, col diavolo informa d’huomo che ci abbracciava tutte, e poi andavamo a spasso facendo festa e ballavamo.”

Alla fine dei lunghi interrogatori Lucia disse di voler dire la verità purché non fosse più sottoposta a tortura: ” se vostra signoria mi dimanderà dirò quel che saprò ma di grazia non mi faci dar tormenti!”

Questa psicosi si diffuse e altre donne furono chiamate a confessare. Una certa Domenica (forse la donna menzionata da Lucia) risultò forte nei primi momenti, nel negare di aver partecipato al Sabba dicendo: “Vostra Signoria scriva che l’ho fatto, non so però da averlo fatto.”

Goya – Il sabba delle streghe

Più avanti, con le torture e la prigionia confessò tutte le accuse che le furono imputate. Altre persone furono arrestate come una certa Benvenuta che era la figlia della Domenica, Cecilia che era la madre dell’uomo che le donne avevano incantato,Madonna Maria e la figlia, il fabbro, il marito di Domenica, una certa Caterina, Ginevra, Isabetta, Paolina, Maddalena, Valentina e Pasqua.  Tutta la comunità intera era caduta in una trappola e tutti iniziarono a pensare che gli incidenti accaduti nel paese negli ultimi tempi furono da imputare a questo grande covo di streghe che era finalmente venuto alla luce ma di cui fino a quel momento nessuno sospettava niente.  Gli abitanti di questi paesi però sicuramente erano ben consapevoli che ci fossero delle donne guaritrici in grado di creare delle pozioni, dei rimedi. Era del tutto normale per l’epoca e non destava assolutamente nessun tipo di diffidenza. Solo con l’operato dei tribunali  dell’Inquisizione, tutte queste pratiche furono messe nelle mani di diavolesse, di donne pericolose, di donne in combutta con il demonio e quindi donne da temere e sterminare. 

Ci fu una deposizione in particolare di un certo Antonio Ferrari: “Da alcuni anni mi morseron alcuni bovi, una vacca ed una manza con mio gran danno; sebbene però non ho avuto sospetto di alcuno. Mia moglie l’altro giorno mi ha raccontato però che la Lucia che hor si trova qui prigioniera, vene una volta in casa mia con fare sospetto..”

Ogni cosa, dunque divenne motivo di dubbio.

Anche la morte della figlia di uno dei giudici venne attribuita ad un erba velenosa portata da una delle donne coinvolte nei processi per stregoneria.  Ancora una volta tutte queste nuove confessioni furono ricevute dagli inquisitori, sotto i dolori della tortura da più di una presunta strega e addirittura si legge da una di loro: “d’un insalata mandata alla Lisabetta figlia del cancelliere Frisinghello per farle fare il mal fine.

E poi la confessione: ” Signor sì ch’ è vero e io lo ratifico e lo mantinirò anche nei tormenti.”

Questo processo durò addirittura un anno e non servì a niente la difesa degli avvocati di queste donne, che puntarono tutto su un processo “poco ortodosso”.  Questo non valse l’imparzialità necessaria nel giudizio delle donne, soprattutto perché erano presumibilmente coinvolte nella morte di parenti dei membri del tribunale. I difensori cercarono di puntare sul fatto che le accuse mosse non fossero valide ma fossero solo modi per infamarsi tra di loro. Alcune testimonianze, secondo gli avvocati difensori, furono sollecitate dagli inquisitori stessi durante le torture con la promessa di farle terminare non appena avessero confessato. 

Sappiamo infatti che l’iter processuale prevedeva uno scambio tra la confessione e la fine delle torture, così i torturatori chiedevano ad esempio: “hai ucciso il tale con una formula demoniaca?” e dopo ore di tortura dolorosa è molto facile che le donne confessassero qualsiasi cosa venisse loro suggerita. 

A tal proposito ci sono anche delle supposizioni di alcuni studiosi sulle visioni che le donne dicevano di avere durante il Sabba, come vedere il demonio, o trasformarsi in animale e che possano essere state sollecitate dagli inquisitori stessi, contribuendo a creare in parte questo mito del Sabba demoniaco. I tribunali spesso erano “itineranti” , dunque spostandosi di luogo in luogo potrebbero aver portato in giro anche la psicosi dei demoni e dei malefici, non che il viaggio sabbatico nei suoi aspetti più terribili.  In questo modo gli inquisitori avevano sempre confessioni di azioni terribili e spaventose, che non potevano essere lasciate impunite.

Tra l’altro anche dei medici testimoniarono a favore delle accusate, sostennero infatti che i famosi marchi delle streghe fossero semplicemente di origine naturale, come dei nei, o delle macchie

Gli atti della difesa riportano queste parole: “se ad aprire una inquisizione criminale ponno bastare indizi ancora rilievi, per carcerare se ne richiedono di fondati, per tormentare di urgenti, per condannare di chiari come la luce del sole.”

Tutto questo non servì a niente, gli inquisitori erano convinti e decisi ad andare fino in fondo e il 14 aprile del 1647 Mercuria, Domenica, Lucia Menegota, Caterina, Ginevra, Isabetta,  Polonia e Valentina vennero uccise.

La sentenza chiese che le teste fossero staccate del corpo e successivamente bruciato e sepolto nel greto del fiume Adige. Alla decapitazione dovette assistere tutta la popolazione , pena il pagamento di una multa di 25 ducati. Un’esecuzione in pubblica piazza era il metodo più efficace per far raffreddare gli spiriti di eretici e di chi si contrapponeva al potere, ma anche semplicemente, di rendere ancora più schiavi, chi non aveva altro che la propria vita.  

Riflessioni

Questa è una storia che riguarda una guerra sociale fatta tra i poveri e chi deteneva il potere in quel periodo.  Ci potremmo chiedere perché ci fosse così tanto interesse nell’eliminare queste donne povere e che tipo di problemi potevano mai creare queste persone all’interno della società. Non c’è neanche la possibilità di pensare che queste donne fossero inquisite e alla fine uccise per potersi appropriare dei loro beni. L’unica cosa che ci resta da pensare sul perché questi tribunali, spesso civili, decidessero di attuare questo tipo di manovre, è l’intenzione di creare il terrore all’interno del popolo, con delle psicosi che in quel periodo si espansero a macchia d’olio in tutta Europa, in modo da far capire chi aveva il coltello dalla parte del manico per avere l’obbedienza completa. E’ comunque possibile che anche se i tribunali erano civili,  lo zampino della Chiesa non mancasse mai, e in questo contesto è normale infatti leggere di confessioni dove si parla di diavoli, orge, ostie dissacrate, soprattutto per mano di donne, che erano il nemico giurato del pudore e della vita pia, promossa dalla Chiesa, soprattutto se sole, e libere dalle corde degli uomini. 

Siamo giunti al termine di questo viaggio, e sono felice di aver raccontato questa storia di donne malcapitate e di averle fatte riemergere dalla polvere e di aver ricordato quanto dietro ogni accusa, spesso si nasconda solo la prepotenza e l’odio. 

**La storia di Mercuria è tratta dal libro “Donne sante, donne streghe” di Pamela Giorgi.

Lisa

Ricercatrice spirituale, artigiana, figlia degli Spiriti...

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