Donne eretiche: le streghe di Triora

In Italia non si può parlare di streghe senza occuparsi delle vicende di Triora. In questo articolo ho racchiuso molte informazioni che ho trovato, cercando di riassumerle e semplificarle per dare la possibilità a tutti di scoprire che cosa si nascose dietro le accuse di stregoneria ai danni di molte donne sagge, per ridare loro il posto che meritano.

I fatti precedenti alle accuse

Triora è un piccolo paese arroccato nella Valle Argentina tra le Prealpi Liguri e la Terra di Francia. E’ un piccolo paese montano che ha sempre vissuto grazie alla pastorizia, alla coltivazione dei cereali ed è famosa tutt’oggi la produzione del pane.
Deve il suo nome a “Tria-Ora” (tre bocche) che indica i tre principali prodotti del luogo ovvero: grano, vite e castagno. Il suo stemma araldico infatti raffigura Cerbero, il cane infernale a tre teste, che divenne il simbolo di questo paese nel 1750, dopo le vicende accadute alle streghe.

Nel 1587, Triora vide un periodo di carestie e aridità che il Consiglio degli Anziani sospettò essere opera di stregoneria e decise così di far intervenire gli inquisitori per far luce sui problemi emersi nel piccolo borgo.

Triora aveva un’economia basata sui mulini e quindi sul grano, tanto è vero che era chiamata Il Granaio della Repubblica e a tutti i costi il Consiglio degli Anziani avrebbe voluto porre fine alla carestia e ai cattivi raccolti per poter mantenere il suo posto politico e il prestigio all’interno della Repubblica.

Il paese dipendeva dal vescovo di Albenga e fu proprio Girolamo del Pozzo che era il vicario di Albenga a spingersi fino a Triora per preoccuparsi di questo caso. In altre contrade ad esempio nelle città di Mantova, Ferrara, Milano, Brescia e Venezia era stato messo in atto contro la stregoneria, o meglio ,per identificare le streghe responsabili di carestie e pestilenze, un sistema definito judicio, che si basa sulla denuncia anonima verso qualcuno, evitando così possibili ritorsioni. In ogni chiesa c’erano delle cassette come quelle per le elemosina, nelle quali venivano inseriti i biglietti anonimi con i nomi delle presunte streghe, i luoghi e le ore dei raduni, che garantivano agli inquisitori più garanzie di successo nella cattura.

Il curato di Triora, della famiglia Gastaldi, si occupava delle anime e delle decime della parrocchia e non fece mai pervenire alla diocesi nessuna denuncia sulle streghe nonostante le bagiue, le streghe, si fossero già manifestate diverse volte in passato, tanto che il vescovo domenicano De Giudici nel 1400 aveva condannato diverse persone tra Nizza e Tenda, e nel 1418 Triora era stata visitata dal predicatore Bernardino da Siena, grande oratore sulla pericolosità delle pratiche eretiche. Ma a quanto pare a Triora, nessuno dava importanza a certi fatti, probabilmente essendo un borgo molto radicato negli antichi culti e nelle antiche pratiche.

Triora era una città strategica dalla quale si raggiungeva la Svizzera, la Germania, la Francia fino alla costa. Era una terra di passaggio per molti mercanti e nel 1531 aveva all’incirca 2500 abitanti prima dei processi (oggi pare siano intorno ai 40). Nel 1580 fu risparmiata da una grande pestilenza che invece imperversò anche a Genova e dintorni e la cosa su cui spesso si interrogarono gli uomini di chiesa che arrivavano a Triora, fa proprio il fatto che prima di quel momento nessuno mai se era esposto con denunce verso le streghe. Queste vengono infatti denunciate solo con l’inizio della carestia e dai registri si legge che furono definite bagiue e mulieres veneficae.

Proprio per la sua posizione di passaggio e l’isolamento di cui godeva Triora, arroccata sui monti, fu un luogo dove alcune tradizioni dei Pellegrini si radicarono e poterono anche rimanere nascoste a lungo, come ad esempio le pratiche di guarigione con la natura ma anche il contatto con il mondo numinoso, che si mantennero in segreto fino a che fu comodo accusare qualcuno per le carestie e le donne più povere e sole erano quelle più sottoposte a giudizio. Le streghe per loro natura, spesso vivevano libere dal matrimonio, senza quindi nessun uomo a proteggerle dalle accuse di stregoneria. Tra coloro che praticavano la guarigione e conoscevano le arti magiche, vi erano alcune donne ricche e facoltose che facevano parte di una società occulta. Avevano in mano gli affari del borgo e influenzavano anche le decisioni politiche. I resoconti riportano di un commercio di libri protestanti, dai contenuti pericolosi a giudizio della chiesa cattolica, ma anche di contatti tra streghe dei paesi vicini fino alla Francia dove le dame smerciavano la seta e i beni primari, aumentando così la loro ricchezza ed essendo completamente indipendenti. Queste donne erano potenti, non che un ingranaggio fondamentale dell’economia Ligure.

La società e la cultura di Triora era semplicemente la parte esteriore di un marchingegno interiore creato, oliato e messo in moto da “streghe”.

Ma perché Triora era ricca di tradizioni magiche? Triora era un luogo di migrazione verso paesi più liberi rispetto all’Italia, almeno dal punto di vista religioso, dunque coloro che praticavano arti magiche o erano eretici o sapienti, andavano via dall’Italia passando da Triora o da paesi limitrofi per raggiungere la Francia e la Svizzera. Ad ogni loro passaggio, Triora arricchiva il suo calderone occulto, fatto di saperi eretici che entravano a far parte della cultura e delle pratiche di quelle donne libere che saranno poi accusate di stregoneria.

Il vicario Del Pozzo arriva a Triora

Convocato dal Consiglio degli Anziani, il vicario Del Pozzo arriva a Triora e immediatamente salì sul pulpito, iniziando la sua omelia per accusare tutti gli abitanti del borgo di essere complici delle strie e delle fattucchiere perché rivolgersi a loro per guarire o per attirare l’amato, incentivava la loro attività. Definisce addirittura la complicità con le streghe, un delitto contro la legge divina.

Era sicuro che le indemoniate avessero generato la distruzione e la miseria di Triora e non perse tempo ad incitare i paesani a denunciare le streghe attraverso la cassetta del giudizio, per porre fine alle pratiche di queste donne malefiche, accusate di succhiare il sangue sia dalle mucche, che dalle donne, che dai bambini. Finita la sua omelia in chiesa incaricò alcuni suoi sottoposti di adibire alcune delle case di Triora, come prigione. Probabilmente in un atto dimostrativo, catturò almeno 20 donne sospettate di avere a che fare con eresie e stregonerie. Girolamo del Pozzo sapeva bene che a Triora non vi erano delle streghe in mezzo a dei cattolici credenti, ma che invece tutto il paese si opponeva alla chiesa ecclesiastica e probabilmente anche alle istituzioni politiche, essendo una zona montana e quindi abbastanza lontana dalle dalle città, aveva conservato ancora le antiche tradizioni.

Dai registri della parrocchia di Triora sembra infatti che i riti funebri e i riti battesimali non fossero celebrati secondo l’iter cattolico ma probabilmente sotto altre forme rituali, perché i numeri di popolazione di bambini non tornavano con i battesimi registrati. Al tempo era ancora in uso la pratica di battesimo da parte della balia e della lavatrice, non appena il bambino nasceva: era lei infatti che dava il benvenuto al nuovo nato, dandogli il nome e la benedizione con alcuni riti antichi, ad esempio sotterrando la placenta vicino ad una albero da frutto. Probabilmente era così anche per la morte, e invece di scegliere il funerale cattolico, si continuavano a preferire forme più antiche di rito che non prevedevano il coinvolgimento della chiesa. Anche i matrimoni in chiesa, fino al 1572 erano poco presenti nei registri parrocchiali. Le unioni venivano certificate in casa della sposa durante una grande festa collettiva, probabilmente una specie di Sabba.

Accuse e torture

Vista la situazione così grave il vicario era convinto dell’utilità della tortura per ottenere confessioni e nuovi nomi e fece allestire una stanza dei tormenti in una casa a Triora rinforzata da inferriate e controfinestre corazzate che vide interrogatori, supplizi come il cavalletto, il tormento degli aghi e del braciere. Tutti gli accusati e gli indiziati fornirono testimonianze forzate che coinvolsero anche altre donne, perché per salvarsi venivano invitati a fare altri nomi. Furono condannate 13 donne, quattro ragazze e un fanciullo, sia povere che di alto rango. Fino al 1588 l’inquisizione aveva già analizzato ben 200 persone. Una donna, Isotta Stella di 60 anni, non aveva resistito alle torture e morì in carcere, un’altra si è gettata dalla finestra temendo di dover sopportare le torture e morì dopo poco. Molte furono storpiate, altre mutilate a causa delle torture che erano molto persuasive. Del Pozzo giustificava le torture atroci nelle sue relazioni che inviava al vescovo di Albenga, con il fatto che “ci fossero donne molto robuste per sopportare i supplizi, soprattutto quando queste non rinnegavano il diavolo e volevano attenderlo per sempre”. Il Vicario scrisse che “il braciere lo aveva usato in un solo caso nei confronti di quattro o cinque streghe che erano molto resistenti e poteva assicurare che il fuoco appiccato ai piedi non aveva superato il tempo massimo di un’ora”. Concludeva quindi che “tutte le donne erano state trattate assai bene a carico della comunità e che i tormenti non avevano mai ecceduto la regola, e se qualcuna si riteneva danneggiata, perché storpiata o ustionata dai supplizi era colpa delle cure inadeguate ricevute dopo l’interrogatorio dei medici o dei familiari “.

Il Consiglio degli Anziani, soddisfatto dell’intervento dell’inquisitore che aveva placato la protesta del popolo contro le malefiche streghe, decise di non istituire nuovi nuovi processi poiché alcuni dei ricchi di Triora erano coinvolti nelle accuse del vicario ed erano stufi di subire processi e umiliazioni. Essendo ricchi e potenti ebbero l’ultima parola all’interno del Consiglio degli Anziani, e così l’inquisizione, rappresentata dal vicario Girolamo del Pozzo insieme ai suoi aiutanti non terminò mai i processi iniziati, che furono bloccati. Le donne incriminate rimasero nelle prigioni di Triora aspettando il verdetto affidato al tribunale, ormai sciolto.

Franchetta e i nuovi processi

Alla fine di Gennaio, Girolamo del Pozzo lascia Triora e nel mese di Maggio arrivò un dominicano inquisitore Alberto Fragarola per interrogare le prigioniere che smentirono di appartenere a una setta di streghe tranne una fanciulla di 13 anni che abiurò nella chiesa e così ottenne la liberazione e il perdono. Le 13 streghe rimaste ancora imprigionate insieme al presunto stregone Biagio Verrando furono inviate al carcere di Genova. A Triora quindi continuava a non esserci soluzione alle vicende della carestia e del maltempo, ancora non vi erano nomi certi e tutto ricominciò da capo. Quello che emerge dai registri però è che Triora alla fine del ‘500 non fosse così messa male a livello economico. Vi erano due famiglie facoltose, i Borelli e i Faraldi, molto potenti e che si spartivano i benefici dell’economia locale. Ai Borelli apparteneva Franchetta, una donna accusata di stregoneria che divenne la protagonista del racconto di tutta la vicenda di Triora. Era molto bella, molto integrata nel borgo di Triora non che una donna importante e stimata. Era stata una donna libera soprattutto nella giovinezza, era ricca e invidiata e aveva anche molto potere politico. La famiglia era legata all’ordine domenicano e aveva un sacco di terre di proprietà Luca Borelli, un membro della famiglia che fu sospettato di pratiche stregonesche.

Mentre alla famiglia Faraldi apparteneva Marco che nel 1588 fu denunciato per alchimia e fabbricazione di monete false. Riuscì a fuggire ma fu processato da un tribunale presieduto da Giovanni Battista Gastaldi che apparteneva ad un’altra ricca famiglia di Triora che tempo prima aveva pianto la morte violenta di Agostino Gastaldi, ucciso in strada da Damiano Faraldi. Si capisce dunque come in questa vicenda si intrecciano storie di vita quotidiana e faide familiari, nascoste dietro dietro le accuse di stregoneria. Furono proprio queste Casate a gestire anche la carestia dell’epoca, sottraendo derrate alimentari ai più poveri per rivenderle poi ai migliori offerenti fuori da Triora. Si trattò di una manovra speculativa che arricchì i loro forzieri ma che creò le condizioni per attribuire questo misfatto alle streghe e poter così iniziare una battaglia contro la stregoneria per nascondere le faide familiari, gli interessi economici e indubbiamente politici.

La severità del commissario Scribani

Nell’estate del 1588 e arriva a Triora Giulio Scribani un commissario speciale. I giochi politici di cui abbiamo parlato avevano manovrato il passato e anche il destino delle donne accusate: nove erano morte per le torture dentro le prigioni e si legge “i loro fantasmi urlavano nella notte” altre cinque erano decedute nelle carceri del Senato genovese. Su trentatrè presunte streghe che erano state processate, 13 donne e un uomo aspettavano ancora il processo a Genova. L’arrivo di Scribani non aiutò gli accusati perchè l’uomo aveva iniziato la sua scalata nella magistratura, era quindi molto zelante e autoritario. Si riteneva anche benedetto dal Signore e “andava admirando streghe” (scoprendo streghe) nei luoghi della Valle Argentina. Quasi tutte quelle zone erano state coinvolte dal processo per stregoneria, era deciso, severo e incuteva timore e rispetto. Fu inviato da Genova per risolvere i processi di Triora e definire la pena a queste donne in attesa di giudizio in prigione, ma una volta arrivato, Scribani tentò di allargare la sua indagine cercando nuove indiziate tramite le torture. Scoprì numerose streghe nella zona: c’erano tre sorelle in particolare Bianchina, Battistina e Antonina che confessarono dei delitti mostruosi come di aver ucciso bambini con un preparato tossico “composto di cervello di gatto e sangue d’uomo rosso” , di aver ammazzato un uomo toccandolo con la mano unta di unguento diabolico, di aver fatto ammalare i figli di un uomo di Alassio facendo una fattura. Il commissario riferì questi fatti a Genova e il governo dispose di chiarire bene ogni cosa e di rimandare i processi per raccogliere nuove prove sulla Setta malefica. Scribani pensò così di estendere l’inchiesta anche alle città limitrofe per accerchiare il borgo. Imperia, Sanremo e i villaggi dell’entroterra furono oggetto delle attenzioni dello zelante commissario.

Con la sua caccia si instaurò un clima di terrore in tutto il territorio: tredici donne erano ancora chiuse nelle carceri, tre erano morte durante le indagini, quattro processi erano conclusi e cinque donne condannate al rogo. Il commissario era ben deciso a sterminare quante più streghe possibili.

Uno dei giorni più infausti fu il 22 Luglio del 1588 quando furono bruciate 4 donne che avevano confessato di essere streghe.

Una certa Luchina fu accusata di stregoneria da un’altra donna, Pierina Bianchi. Luchina fu torturata e morì per i tormenti suscitando l’indignazione di Scribani, convinto che il diavolo le avesse dato la morte per sottrarla a una giusta condanna. Qualche tempo dopo ci fu la stessa pena per Gentile Moro di Castelfranco, grande strega erborista che si era autoaccusata dell’omicidio di 25 bambini. I reati erano troppo gravi per non prenderli in carico e dispose che “la strega venisse sospesa alla corda affinché morisse naturalmente e l’anima sua si separasse dal corpo”, il cadavere sarebbe stato poi bruciato affinché “ogni sua traccia scomparisse dalla terra tutti i suoi beni” compresi le terre e il denaro sarebbero stati infatti confiscati e versati a Genova. Era uno zelo processuale molto redditizio!

Chi erano le streghe di Triora?

A settembre il cacciatore rilanciò la sua attività ampiamente approvata da Genova perchè ad ogni sua sentenza di morte arricchiva le casse della Repubblica. Scribani tornò a Triora, dove arrestò e interrogò con tortura Franca Ferrandino che però respinse ogni accusa nonostante le torture, ma viste le numerose testimonianze contro di lei era convinto di riuscire ad incastrarla. La sua tattica era quella di instillare il terrore e convincere gli abitanti ad accusarsi l’uno con l’altro. Solo così avrebbe avuto un gran numero di nomi di bazure che altro non erano che donne sapienti, anarchiche e che praticavano anche una certa libertà sessuale ma soprattutto erano separate dal potere dell’uomo. Tutte le donne che erano accusate d’infanticidio e di fatture erano anche levatrici, ostetriche erboriste, guaritrici di grande valore. Mettevano il loro talento a disposizione di tutta la popolazione contadina montana che non aveva un medico in quella zona se non in rari momenti dell’anno. Queste donne spesso facevano la differenza tra la vita e la morte .

Queste donne vengono raffigurate come donne diaboliche in un affresco del ‘600 commissionato per ordine della famiglia Gastaldi in onore del loro antenato esorcista e dai tratti di queste donne emergeva anarchia e libertà che non voleva scendere a patti con il potere maschile. Tutto questo si evidenziò in un momento in cui medici e Chiesa si stavano espandendo e poteva rivelarsi un brutto esempio per il popolo. Le donne infatti dovevano essere asservite al potere dominante dell’uomo. Ma queste donne portavano dentro di loro un retaggio antico, e avendo a che fare con la vita, la morte e con la natura, era normale che ufficializzassero dei riti: quelli della nascita, per la fertilità ma anche per la morte. Erano dei riti pagani rivolti alla vita e alla natura, loro maestra nelle arti, perfetta e ciclica, in cui l’uomo si può rispecchiare nei suoi ritmi. Tutto questo divenne magia e il loro potere era enorme agli occhi sia degli abitanti dei paesini, sia agli occhi della Chiesa. Quello che ha caratterizzato i processi di Triora e dei paesi vicini, compresa la ferocia di tutta Inquisizione del ‘500 e ‘600, fu l’auto suggestione, l’isteria, la folli,a la strumentalizzazione politica, l’uso di un capo espiatorio, la ribellione, l’occultismo, il tentativo di asservire la donna.

La Chiesa e l’inquisizione cercano di portare avanti una politica di distruzione del mondo rurale popolare “colpendo un centro per educarne cento”. Provano a  distruggere, attraverso la tortura e l’uccisione, una cultura millenaria che univa guaritrici, contadini ma anche la popolazione dei più ricchi sia degli uomini che delle donne, perché tutti tutti facevano parte di una comunità naturale e si rivolgevano a coloro che la natura la conoscevano bene, le streghe appunto. Era un tessuto di reciproca solidarietà, non esisteva omertà e i conflitti venivano mediati dal Consiglio degli Anziani o dal Circolo delle Dame. Dunque Chiesa e Stato sapevano che togliere di mezzo questi circoli di potere avrebbe mandato il paese e i dintorni, in conflitti ben peggiori che avrebbero avuto bisogno della mediazione dello Stato e della Chiesa rendendoli così indispensabili anche in questi piccoli borghi rurali. Triora rimase però immersa nella sua atmosfera magica e indipendente, che tutt’ora resiste.

Come iniziarono le vicende di Triora?

Triora conservava una storia di matriarcato dove le donne occupavano ruoli molto importanti e il loro operato coinvolgeva tutta la popolazione, sia per la guarigione, sia per i riti che compivano. Era necessario colpire questo tessuto di donne una ad una, per indebolirne il potere e per far capire che chiunque avesse voluto continuare su quella strada, sarebbe finito in carcere, torturato e probabilmente arso al rogo. Il modo più semplice fu sfruttare l’equazione guaritrice = strega che divenne un’accusa ufficiale: se conoscevi le piante, se guarivi e quindi toccavi la sfera della vita e della morte eri sicuramente dotata di un potere troppo pericoloso che ti rendeva capace anche di provocare tempeste e sciagure. Esiste un ricordo di una tempesta della Pentecoste del 1587 che aveva distrutto i raccolti e in questo caso la figura della strega cattiva fu molto utile come capro espiatorio: ci voleva qualcuno che placasse gli animi. Il Consiglio degli Anziani ritenne che questo evento eccezionale era da attribuire ha una malia e così tutto iniziò.

Ci sono però delle testimonianze dell’esistenza di una società occulta maschile che fabbricava false monete e che avesse creato questa carestia fittizia per poi speculare sul cibo. Sembra che questo partito fosse filo-sabaudo e che volesse fare arrivare il Duca in questo Borgo. Le donne invece che illegalmente, secondo la legge, si occupavano di medicina e riti, erano protestanti e vicine agli ugonotti dai quali prendevano libri e idee ed erano dunque due partiti opposti e potenti. Per quanto riguarda gli interessi politici le donne infatti non volevano Triora sotto il dominio dei genovesi e del Duca di Savoia come invece volevano gli uomini. È probabile dunque che questi uomini, che desideravano rendere Triora un luogo di confine in Liguria, utile per i loro traffici, si misero in testa di debellare queste donne con un accusa di stregoneria coinvolgendo il Consiglio degli Anziani e dando il via così a tutte le vicende precedentemente raccontate. Solo che vedendo la reazione feroce dell’Inquisizione, con inchieste molto capillari nelle vite delle persone, anche gli uomini che gestivano traffici illegali ritirarono le accuse avendo paura di essere scoperti nei loro affari e fu a quel punto che gli Anziani si resero conto della trappola innescata dagli uomini del Duca.

La storia di Franchetta continua

Gli uomini e le donne si ricompattarono e Scribani tornando a Triora trovò un clima molto ostile, nessuno lo salutava, nessuno lo teneva più in grande considerazione come invece in tempi passati. Ma non se ne preoccupava perchè aveva uno scopo più grande: sapeva che Franchetta della famiglia Borelli aveva fama di strega, così dopo l’arresto, all’età di 65 anni, cercò di estorcerle più informazioni possibili, sia sulle streghe del paese e sulle loro arti ma anche sui complici. Franchetta era una donna particolare che in gioventù era stata molto bella e aveva anche fama di essere di facili costumi. Il commissario la definì una meretrice . Ma la sua fama come donna non era legata solo alla sua natura, ma soprattutto alle sue doti di guaritrice: da lei andavano sia donne che uomini, ma anche i medici ufficiali che volevano imparare il mestiere. Aveva fama molto diffusa e ben consolidata e Franchetta se ne vantava molto. Ben presto, arrivarono però le accuse di stregoneria: quattro streghe che erano già condannate a morte accusarono Franchetta dicendo di averla vista ai “balli e ai tripudi notturni diabolici”, altri testimoni confessarono la stessa cosa e l’epiteto di strega in questo caso divenne molto pericoloso. Franchetta negò questo appellativo e spiegò che strega dalle loro parti aveva un significato benefico, familiare.

Dopo questo, Franchetta non parlò più e così il commissario decise di passare alla tortura, Era un uomo arrogante, cinico, sicuro di sé, fanatico. Scribani assisteva alla tortura e scriveva esattamente ciò che accadeva con una freddezza impenetrabile. Un’ imputata gli disse: “se esiste il diavolo senza dubbio abita nel corpo di quel giudice che non mangia e non dorme per due giorni di fila e si ciba solo degli orrori della tortura” .

La tortura consisteva nell’ uso del cavalletto, detto anche eculeo ovvero uno strumento per tirare il corpo della vittima. Durante questo tipo di tortura generalmente le membra del corpo si slogavano producendo un terribile dolore. Oltre alla tortura c’era anche l’umiliazione perché Franchetta, come le altre donne, venivano spogliate, rapate in testa e rasate in ogni parte del corpo perché la peluria e i capelli potevano nascondere il marchio del diavolo. Per legge la tortura doveva avere una durata precisa e Franchetta non versò una lacrima durante tutto il tempo e oltre, perchè come si sa, le sue torture durarono per molte ore.

Secondo il manuale di demonologia questa manifestazione era il segno dell’appartenenza alla Setta diabolica. Ogni tanto rideva o parlava tra sé e rimase per cinque ore nel tormento mentre le funi le slogavano gli arti. “Signor Dio mi aggiuterà, signore calatemi che la verità l’ho detta, il cuore mi manca Signore mandami l’angelo del cielo, il cuore mi schiatta, il Signore non mi lascerà fino a giorno perché manderà a chiamare la mia anima.”

Il giudice non ebbe pietà nei suoi confronti e le chiese ancora di confessare di essere una grande strega, la Maestra della Setta. In cambio della confessione promise la fine dei tormenti. Franchetta fece un cenno di no con il capo e debolmente con la sua voce disse no.  Il commissario Scribani ordinò allora all’aguzzino di torcere ancora le funi, le ossa della donna scricchiolarono come rami spezzati, l’orologio continuava a scandire i minuti e le ore. Dopo 11 ore di tortura Franchetta parlò: “Fatemi dare un poco di vino o di aceto signor commissario, vi domando misericordia , datemi da bere.” Le fu dato un uovo fresco portato dal suo fratello e un bicchiere di vino. Il commissario ripetè la domanda: “confessate e dite la verità e sarete sciolte immediatamente”.  Franchetta rispose: “La verità l’ho detta signore. Fatemi levare di qui signore che io non ne posso più . Mi sento il cuore schiattare.”

Erano trascorse quindici ore di supplizio, ma la buona fede dell’ indiziata non convinse comunque Scribani che si accanì ancora di più ordinando che oltre al cavalletto le fosse inferta la prova del fuoco. Furono messe delle braci sotto la pianta dei piedi, ma la donna disse di non avere niente a che fare col diavolo o con simili creature maligne. Il commissario però voleva quella confessione a tutti i costi e chiese torture più persuasive. Uno degli assistenti che assisteva al supplizio lo fermo: “è una donna anziana, ha resistito mezza giornata sul cavalletto senza dire nulla, il suo corpo è fragile e se continuate la ucciderete.”  Inoltre l’avvocato di Franchetta contestò tutte le accuse del giudice dicendo che le testimonianze e le accuse delle altre donne erano solo per invidia e i balli notturni solo sogni e illusioni. Scribani cedette. Una volta liberata, Franchetta fuggì dalla casa che le era stata assegnata come un carcere e si nascose per qualche tempo chissà dove, sicuramente per curarsi le ferite ma anche per comunicare con delle presenze che probabilmente le consigliarono di tornare a Triora, per il bene del paese. Al suo ritorno fu messa subito in carcere, denudata e legata di nuovo al cavalletto. Scribani sadico e più cocciuto che mai la fece esaminare anche nelle parti vergognose per scoprire il marchio del diavolo che non fu mai trovato. Neanche questo valse come prova della non appartenenza di Franchetta a una setta, ma servì solo ad attestare il grande potere di Franchetta come strega, capace di poter addirittura nascondere il marchio del diavolo e di sopportare le torture con grande compostezza.

Fu torturata di nuovo, ancora con le slogature e le braci ma Franchetta iniziò a parlare del più e del meno con il giudice, con gli assistenti, con il carnefice e con i dottori. Sembrava che se ne prendesse gioco e a metà della giornata, dopo 12 ore di tortura disse: “Franchetta deve stare qui due o tre ore in più, cosa importa ormai.”

Tutti i presenti rimasero impressionati da quel comportamento che ricorda molto il comportamento di Giovanna D’Arco, durante il suo processo, sprezzante, audace con una grande forza d’animo che denotava o la totale innocenza oppure un grande potere soprannaturale che andava oltre il dolore.

Ventun’ore di supplizio erano passate, le dettero da mangiare una minestra. Dopo ventitrè ore di cavalletto disse a voce alta: “adesso stringo i denti e poi diranno che di che rido”.

Con la tortura non si otteneva niente e fu riportata in prigione dove Scribani redasse un verbale per il tribunale di Genova. Si legge che “Franchetta Borelli con questa ultima tortura aveva purgato tutti gli indizi contro di essa e quindi non poteva più essere perseguitata” . Venne quindi liberata da un giudice, il Caracciolo, che nello stesso verbale di assoluzione affermava che “l’imputata doveva essere rilasciata perché nessuna legge neppure quella militare permetteva ai giudici di continuare a frugare negli corpi umani per trovare la verità”.

Questo documento testimonia la paura dei giudici inquisitoriali ma anche la loro fissazione e il loro sadismo. Furono obbligati per legge a lasciare Franchetta ma continuano a credere che fosse una strega.

Sempre il Caracciolo sembrava rimproverare al commissario Scribani di non essere stato abbastanza convincente con le torture e di non aver scelto quelle più persuasive. Tutti furono convinti che la vittoria di Franchetta era da attribuire a un potere soprannaturale che quindi Scribani fosse stato confitto dal diavolo stesso.

Quello che non fu mai chiaro è perché Franchetta tornò a Triora dopo essere fuggita, perché non ebbe atteso che le acque si calmassero e che il commissario fosse destituito. Aveva molti mezzi finanziari e poteva spostarsi ovunque, avrebbe potuto vivere da qualsiasi altra parte d’Europa dove non era conosciuta, ma probabilmente una promessa a cui non poteva mancare la richiamò A Triora. Su questo punto, Vanna de Angelis ci racconta una storia che tratterò in un prossimo articolo. Qui visse i suoi ultimi anni e morì nel 1595. Fu seppellita in terra consacrata fuori dalle mura. Anche questa vicenda ricorda davvero moltissimo Giovanna D’Arco: anche essa prima accusata di stregoneria, processata e uccisa, poi accettata di nuovo, dopo la morte, tra i bravi cristiani.

Nell’ Ottobre del 1588, Genova chiede a Roma ufficialmente la decisione sulle 18 donne e un uomo che ancora erano detenuti. Cinque prigioniere nel frattempo erano morte, altre si consumavano nella reclusione e il santo uffizio comunicò di voler rivedere i casi. Questa cautela e tolleranza da parte dell’Inquisizione Romana sembrava un po’ in contraddizione con i tempi. Papa Sisto V aveva emanato, nel 1586, una bolla Caeli et terrae Creator deus per invocare misure severe contro chiunque fosse in rapporto con il diavolo. La procedura usata dal Vicario e dal commissario in effetti non fu molto ortodossa e i metodi crudeli non piacquero alla Chiesa che si mostrava più attenta all’evangelizzazione che alla prevenzione feroce degli eretici e dei pagani. Scribani mischiò nella procedura il sacro e il profano occupandosi di reati di competenza del Foro ecclesiastico e così fu sollevato dall’incarico nel 1588 e scomunicato nel 1589, scomunica che fu poi ritirata. La società occulta di Triora in questo modo fu esorcizzata solo virtualmente con l’acqua benedetta e con il fuoco ma di fatto rimase delle radici del potere.

Triora rimase selvaggia e inafferrabile. I libri proibiti continuano a girare tra la comunità montana e le bagiue continuano a incontrarsi vicino alle fontane e ai corsi d’acqua .

Triora eretica

Il caso di Triora era troppo difficile da risolvere solo con le accuse di stregoneria, perché nel substrato sociale c’erano dei poteri occulti troppo forti. Il commissario Scribani non ebbe altra possibilità che scrivere lettere in cui metteva in guardia l’inquisizione contro le streghe di Triora, che riteneva essere capeggiate da Francheta. Tutta la valle secondo lui era piena di demoni e streghe che si opponevano al cristianesimo e si opponevano anche ai guerrieri difensori di questa nuova religione. Le streghe volavano indisturbate sulle montagne spingendosi fino a Genova, uccidevano e succhiavano il sangue dei bambini appena nati, senza battesimo, volavano con il diavolo e diffondevano notizie false sul Papa e i suoi ministri per corrompere la comunità montana. Divulgavano dei libri eretici sul paradiso in terra, sulla libertà sessuale e chiamavano Angeli gli addetti di questa setta. Scribani inoltre avvisava del fatto che le streghe portavano dal nuovo mondo le droghe, le sostanze infernali che scatenavano lussuria e istinti più bassi, soprattutto la ribellione. Le droghe davano visioni di beatitudine e toglievano ai servi e ai contadini la voglia di lavorare sottraendoli dal timore di Dio e delle sue punizioni.

Tutte le donne accusate a Triora scomparvero, nessuno ne seppe più nulla, alcune forse morirono, altre fuggirono in altri paesi, alcune si trasferirono a San Martino nell’alta Val Bisagno che un tempo era usato come luogo di deportazione dei carcerati e a partire dal 1600 fu indicato dai libri pastorali come Bazoro o Bazura e cioè il paese delle streghe.


Mi piacerebbe poter dire che questo racconto è il copione di un film, ma purtroppo è tutto vero. Sto leggendo ancora su Triora, soprattutto una raccolta di resoconti processuali, con le accuse e le testimonianze. Credo che tutto questo debba essere conosciuto e divulgato, soprattutto perchè queste vicende mettono in luce la pericolosità della libertà in tutte le sue forme. L’unica soluzione è tornare ad essere eretici.

Grazie per aver letto fin qui, prossimamente pubblicherò alche cose su Triora, segui il blog e iscriviti alla newsletter dove indico sempre i nuovi articoli.

Lisa

Ricercatrice spirituale, artigiana, figlia degli Spiriti...

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